(C) RTL
PIL (GDP.PIB) Pro Capite in caduta libera
Anno dopo anno, la situazione in Francia non fa che peggiorare. È quanto emerge dai dati sul prodotto interno lordo (PIL) dei paesi dell’Unione europea pubblicati dall’Insee. Con un PIL indicizzato a 99, la Francia si trova infatti sotto la media europea (100), molto lontana da Lussemburgo e Irlanda, ma superata anche da Germania, Paesi Bassi, Belgio, paesi nordici e Malta. Persino l’Italia tallona la Francia. Nulla di sorprendente, secondo l’economista Marc Touati, per il quale la Francia sta pagando le sue derive politiche.
Dal 10° al 25° posto a livello mondiale
«Negli anni ’80, in termini di PIL pro capite, la Francia era al 10° posto nel mondo, davanti agli Stati Uniti… Oggi siamo al 25°. Vi rendete conto di questo declassamento?», ha dichiarato il presidente dello studio ACDEFI su RTL martedì sera. «Se prendiamo gli Stati Uniti, un paese ricco che ha conosciuto difficoltà, sono passati dall’11° al 7° posto, hanno guadagnato terreno un po’ come la Germania», ha proseguito. Una situazione «estremamente preoccupante», secondo lui, tanto più che «questo declassamento si è verificato nonostante l’aumento della spesa pubblica e l’aumento del debito pubblico».
Le regioni francesi sono sotto la media europea. Eppure se ne parla poco. E forse è proprio questo il più inquietante. Su tutte le regioni francesi, solo due hanno un PIL pro capite superiore alla media dell’Unione Europea: l’Île-de-France e… (il tweet si interrompe qui).

Per l’economista, anche consulente economico presso eToro, questi aumenti sono diventati «una droga dura» e la Francia «si è impoverita». Ha citato le fallimenti aziendali che hanno raggiunto «cime storiche», il 14% in più rispetto al 2009, oltre all’aumento della disoccupazione. «Questo debito che aumenta, perché no, ma non si è tradotto in un aumento dell’attività o della ricchezza», ha messo in guardia Marc Touati su RTL.
Accanto a lui, l Quintet Conseil, Antoine Foucher, ha fatto lo stesso bilancio. Se il tenore di vita dei francesi «non è diminuito in valore assoluto, è più o meno lo stesso di dieci anni fa», secondo lui, «gli altri paesi vanno più veloci». E Antoine Foucher ha citato «due fenomeni». Innanzitutto i paesi «che avevano lo stesso tenore di vita di noi e ci hanno superato», come la Germania. «Nel 1975 un francese e un tedesco avevano lo stesso tenore di vita. Oggi c’è un divario del 12%», ha ricordato su RTL.
Brexit, a good idea?
Il Regno Unito ha raggiunto la Francia nonostante la Brexit. L’altro fenomeno sono i paesi che 50 anni fa erano dietro di noi e «ci hanno raggiunto o stanno per raggiungerci». Il presidente di Quintet Conseil ha citato a questo proposito il Regno Unito che era «12% dietro nel 1975… oggi, nonostante la Brexit, hanno lo stesso tenore di vita dei francesi». Senza dimenticare paesi come la Polonia, dove il divario di tenore di vita era ancora del 60% vent’anni fa. «Oggi è al 20%. Alla fine del prossimo quinquennio, un polacco e un francese avranno più o meno lo stesso tenore di vita.» Il segno di un «lento declassamento che si conferma quinquennio dopo quinquennio».
Editoriale di Rachel – Il grande sorpasso al contrario: quando lo Stato spende e la Francia scompare
Eccoci di nuovo, a contemplare l’ennesimo capolavoro statistico francese: il PIL pro capite che scivola sotto la media europea, come un bagnante distratto che finisce piano piano sott’acqua mentre continua a sorridere. 99 contro 100, dicono dall’Insee. Un punto di differenza, niente di che… se non fosse che quel punto rappresenta decenni di sorpassi subiti da tutti: tedeschi, olandesi, belgi, nordici, maltesi, e persino italiani che ci respirano sul collo. Lussemburgo e Irlanda sono su un altro pianeta, ma non importa: il vero spettacolo è qui, nella classifica mondiale che ci ha fatto precipitare dal 10° al 25° posto in quarant’anni.
Marc Touati lo dice senza giri di parole: «Vi rendete conto del declassamento?». Eh sì, ce ne rendiamo conto. Negli anni ’80 eravamo davanti agli Stati Uniti. Oggi gli americani guadagnano posizioni mentre noi le perdiamo, nonostante la spesa pubblica che cresce come una pianta grassa innaffiata di debito. Una droga dura, la chiama Touati. E ha ragione: lo Stato francese si è comportato come chi prende in prestito per comprarsi l’illusione di essere ancora ricco, mentre la ricchezza vera – quella prodotta dalle imprese, dal lavoro, dall’innovazione – evapora.
Fallimenti record, disoccupazione che sale, tenore di vita fermo da dieci anni. Gli altri corrono, noi restiamo fermi a guardare. La Germania ci ha staccato del 12%, il Regno Unito ci ha raggiunto nonostante la Brexit, la Polonia ci tallona e tra poco ci guarderà da sopra la spalla. Un lento sorpasso al contrario, quinquennio dopo quinquennio, come un film proiettato all’indietro: i paesi che ci inseguivano ci raggiungono, quelli che ci seguivano ci superano, e noi restiamo lì, con il serbatoio pieno di debito e il motore grippato.
Eppure, la cosa più inquietante non sono i numeri. È il silenzio. Pochi ne parlano, come se fosse normale scivolare dalla testa alla coda del gruppo. Forse perché ammettere il declassamento significherebbe ammettere che la ricetta – più Stato, più spesa, più debito – non funziona. O forse perché è più comodo contare i miliardi di spesa che contare i punti persi in classifica.
Intanto la Francia continua a spendere, a indebitarsi, a raccontare che tutto va bene. Ma i numeri, quelli veri, non mentono: si stanno solo stancando di mentire per noi.

il Koan
Un monaco chiese al maestro: «La nazione è ricca o no?»
«Ha speso molto», rispose il maestro.
«Ma allora perché il popolo è povero?»
«Perché ha pagato prima di guadagnare», rispose il maestro.
Un altro monaco insistette: «La nazione è ricca o no?»
«No», rispose il maestro.
E il monaco: «Tutti i popoli cercano la prosperità. Perché questa nazione non la trova?»
«Perché ha creduto che il debito fosse ricchezza», rispose il maestro, «e ora la ricchezza è diventata debito.»
Chiusura.
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